America
USA, Bennington (Vermont)


The American Chestnut Foundation





Fred Hebard è nato nel 1948 a Chestnut Hill in Pennsylvania, un prospero sobborgo di Philadelphia il cui nome si è rivelato fatidico. La sua famiglia era animata da viva curiosità per la natura, in specie uccelli e insetti; suo padre avvocato, dice, "era un esperto ornitologo dilettante", un hobby che la moglie assecondava comprensiva, e un suo cugino primo un "esperto entomologo dilettante". Un suo trisavolo aveva lasciato la cittadina di Lebanon in Connecticut per diventare un industriale del legname, e la famiglia ha mantenuto i legami con quell’industria.
Hebard si è iscritto al college per studiare storia e inglese, ma l’esercito lo ha chiamato alle armi ed è stato per un breve periodo in Vietnam nel 1968. Per un po’ ha lavorato alla United Press International prima di tornare agli studi. Nel 1970 ha trascorso l’estate lavorando in un caseificio nella stessa cittadina del Connecticut da cui era partito il suo avo per fare fortuna, e lì la sua vita ha cambiato radicalmente rotta.
"Stavo dando la caccia ad alcune mucche scappate da un pascolo", racconta, "e mi sono messo a chiacchierare con un agricoltore, che mi ha fatto vedere un castagno": non un albero, ma un piccolo e fragile germoglio che non sarebbe mai cresciuto in tutto il suo splendore. "Mi ha parlato della piaga che spazzava le foreste di tutto il New England e ho pensato che sarebbe stata una buona idea tornare a studiare per cercare di fare qualcosa".
Hebard ritornà a scuola con una missione, un sogno che aveva quasi portato alla pazzia le precedenti generazioni di botanici, e che era ormai quasi svanito. Ha conseguito un master in Botanica e il dottorato in Fitopatologia e oggi è lo scienziato di punta dell’American Chestnut Foundation, un movimento che anno dopo anno acquista forza e slancio, e coltiva una quantità in continua crescita di castagni americani.

Il re della foresta
I castagni sono stati importanti per millenni per ogni aspetto della vita in America settentrionale. Questi alberi simili alle querce, spesso alti più di 30 metri e con un diametro di 2, dominavano gli 80 milioni di ettari del loro territorio naturale, nel tratto centrale della catena degli Appalachi, che va dal Connecticut e il Massachusetts a sud e a ovest attraversa la Pennsylvania, la Virginia e il Tennessee. I castagni coprivano un buon quarto del terreno boschivo.
Erano alberi magnifici: a metà estate i pend'i su cui crescevano rifulgevano del bianco dei loro fiori e d’inverno il legno grigio brillava argenteo sotto il sole. Erano utili tanto all’uomo quanto alla natura; i loro frutti erano abbastanza dolci da poter essere mangiati freschi, crudi o arrostiti, ed erano facili da essiccare e conservare per l’inverno. Gli indiani delle tribù degli Irochesi consumavano una bevanda calda simile al caffè fatta con castagne arrostite. I coloni frantumavano i frutti con un pestello di legno (erano troppo morbidi per un normale mulino) e li usavano come ripieno o li mescolavano con farina di grano per fare il nut bread. Gli agricoltori compravano terreni sui pend'i delle montagne sapendo di poter ingrassare i loro maiali con le castagne e spuntare prezzi vantaggiosi per i prosciutti saporiti che ne ricavavano. Le api banchettavano con il nettare dei loro fiori e il miele di castagno era abbondante quanto apprezzato. Numerosi uccelli e animali, dagli orsi ai cervi ai tacchini, avevano nei castagni la loro principale sorgente di cibo.

Gli alberi fornivano una fonte supplementare di guadagno agli agricoltori, che spesso ne avevano bisogno per pagare le tasse, e ai foraggeri itineranti, che barattavano le castagne con scarpe e prodotti essenziali come zucchero, farina e caffè con cui superare l’inverno. A ottobre, stagione della raccolta, le famiglie andavano di buon mattino nei boschi per "sistemare i maiali", come ricorda ancora un anziano, e riempire sacchi di castagne da portare al mercato. Oppure si aspettavano i mercanti che passavano in autunno, preceduti da qualcuno a cavallo che avvertiva i raccoglitori di tenere pronti i sacchi. Nelle zone rurali dei Monti Appalachi le castagne erano una fonte di reddito molto più affidabile dei liquori clandestini.

Il principale valore economico dell’albero era il legno. Il castagno resiste in modo eccezionale all’umidità e dura decenni. Poiché gli alberi erano robusti, dritti e alti e crescevano in fretta, erano una fonte immediata di legno per strutture e pali del telefono. Anche i mobilieri ricercavano il legno di castagno per la finezza della venatura, la facilità di lavorazione e perché potevano essere sicuri che il legno non si spaccasse, non si deformasse e non marcisse. Ma negli anni Settanta dell’Ottocento, con le pianticelle importate dall’Asia arrivà, silenziosamente e inavvertitamente, un cataclisma: un fungo che provoca un cancro che penetra nel fusto e interrompe il flusso dei nutrienti lungo il tronco. I castagni asiatici avevano sviluppato da lungo tempo l’immunità al fungo, quelli americani erano privi di difese. La piaga fu identificata nel 1904 al New York Zoological Garden del Bronx, NY, ma ormai era troppo tardi per arrestare gli spaventosi progressi della malattia, che avanzava tra le foreste americane al ritmo di 50 miglia all’anno, lasciandosi alle spalle milioni di grigie carcasse – i “fantasmi”, li chiamavano i disperati spettatori. Nel 1950, dei quattro miliardi di alberi che avevano coperto gli Appalachi a inizio secolo ne restavano sì e no da 50 a 100.

La risposta all’emergenza
Naturalmente, nessuno aveva intenzione di assistere senza far nulla alla distruzione di un quarto delle foreste, e con essa alla scomparsa della fauna selvatica, per non parlare della rovina delle economie rurali che costringeva la gente a emigrare nelle città. A partire dagli anni Venti, il Department of Agriculture degli Stati Uniti e i botanici delle stazioni di ricerca agricola hanno cercato con grande impegno di selezionare un castagno resistente alla malattia.
Il metodo più ovvio consisteva nell’incrociare una pianta cinese o giapponese resistente al fungo con un albero americano, ma la cosa non ha funzionato. Un serio problema era il rischio costante che un gene suscettibile alla malattia si trasmettesse alla generazione seguente. Inoltre, i castagni asiatici sono molto più bassi di quelli americani.
Le probabilità di ottenere un incrocio resistente che somigliasse e crescesse come un castagno americano sembravano oltremodo scarse. Una nuova generazione sembrava essere resistente, ma poi perdeva la “sfida” dell’inoculazione del fungo. Ancor più doloroso per i vivaisti era allevare un albero apparentemente resistente al fungo per ben 20 anni e osservare con orgoglio la pianta alta una dozzina di metri, solo per scoprire che a quel punto cessava di crescere a causa dell’elevato quoziente di geni asiatici. Negli anni Sessanta quasi tutti gli scienziati avevano perso ogni speranza e la quantità di tempo e di talento scientifico destinata ai castagni si era ridotta praticamente a zero.
Proprio nel momento in cui Hebard intendeva lanciarsi nella mischia, una nuova scoperta rinnovà l’interesse. Riguardava il castagno europeo, più vicino alle specie americane che a quelle asiatiche. Sebbene il fungo asiatico avesse preso piede nelle foreste europee, negli anni Trenta, dopo quindici anni di sforzi, gli alberi europei avevano ridato vita a popolazioni sane e numerose; nessuno sapeva in che modo.

All’inizio degli anni Settanta, un fitopatologo di nome Jean Grente, che lavorava in un grande vivaio di castagni che faceva parte dell’INRA, l’istituto nazionale francese di ricerca agronomica, ha annunciato di aver trovato il salvatore. Non si trattava di un’audace impresa europea bensì di un virus, un agente patogeno secondario che attacca il fungo responsabile della malattia. In realtà, il virus non uccide il fungo ma lo indebolisce quanto basta per impedirgli di attaccare gli alberi (il fenomeno è definito ipovirulenza, data la ridotta virulenza dell’agente patogeno primario).
Nel 1973 "Science Magazine" ha pubblicato uno studio che replicava e confermava il lavoro di Grente e che suscitava nuove speranze. In quel periodo l’analisi molecolare era decisiva. Scienziati di prim’ordine sono rientrati nei ranghi dei combattenti, ma con il progredire delle ricerche sono venuti alla luce i problemi. Il virus puà muoversi facilmente all’interno di ciascun ceppo di funghi, ma non tra l’uno e l’altro. In Europa ce n’erano pochi, in America molti. Pertanto, il tentativo di lanciare attacchi del virus nelle foreste americane sembrava arduo se non vano.

Il grande balzo in avanti è stato fatto non guardando attraverso un seducente microscopio elettronico ma riflettendo in modo nuovo sul vecchio, noioso lavoro di riproduzione. Nel 1980 Charles Burnham, un genetista delle piante del Minnesota che aveva fatto importanti passi avanti nella genetica del granturco, ha ipotizzato che per selezionare la resistenza al fungo nel castagno americano ciascuna nuova generazione dovesse essere reincrociata con un genitore americano e non asiatico, l’ipotesi che si era affermata per decenni. L’obiettivo era ottenere un albero americano per 15 sedicesimi, ma con una solida resistenza al fungo grazie all’antenato cinese.

Una nuova fondazione per un’idea nuova
Nel 1983 diversi colleghi e amici che erano d’accordo con Burnham hanno costituito la American Chestnut Foundation con un obiettivo tanto semplice quanto ambizioso: riportare il castagno nelle foreste orientali e nel posto che gli spetta nell’ecosistema.
I fondatori pensavano che occorressero tre incroci con genitore americano, il che significava almeno 18 anni di duro lavoro e angosciosa attesa. Era necessario un altro, cruciale passo intermedio, l’incrocio tra i membri della terza generazione per eliminare la possibilità che un gene suscettibile al fungo fosse trasmesso insieme con quelli resistenti. Questo solo passo richiedeva altri tre anni.
"Il governo si era disinteressato della riproduzione del castagno sul lungo periodo", sosteneva la nuova fondazione, "e non avrebbe mai finanziato il grande lavoro di selezione e riproduzione che si aveva in mente. Gli esperimenti dovevano essere condotti in molti Stati contemporaneamente per assicurare che ciascuna generazione avesse la diversità genetica necessaria per resistere a climi diversi". Fiduciosa, la fondazione ha raccolto fondi.
Nel 1989 i direttori hanno convinto Hebard a dedicare il suo tempo alla loro impresa. Non fu difficile, anche se cià significava trasferirsi dall’Università del Kentucky a Meadowview in Virginia, nel cuore dell’area originale del castagno americano. Le sorelle Jennifer e Cheri Wagner, insieme con la madre Anna Belle, avevano appena concesso alla fondazione 8 ettari di terreno in affitto per un lungo periodo in quella zona, sperando che fosse usato per la ricerca agricola e non per l’ennesimo McDonald’s. "Era dal 1980 che volevo riprodurre i castagni", dice semplicemente Hebard. "E lo desidero ancora". A sua volta, riuscì a convincere la moglie Dayle Zanziger, fitopatologa come lui, a trasferirsi con le due figliolette di nove mesi e due anni. Per trovare un lavoro Dayle ha preso il diploma di infermiera, sacrificando così molti anni di studi.
Hebard si è messo subito al lavoro per verificare la nuova ipotesi. Nell’arco di due anni disponeva di 1000 alberi sani e poco dopo di 3000. Nel 1993 è stato in grado di esibire svariati esemplari di due generazioni incrociate che erano estremamente resistenti al fungo. L’ipotesi di Burnham aveva superato la più rigorosa delle verifiche.
La fondazione ha potuto cominciare a vendere più di quanto sperato. Sono state aperte nuove succursali statali e numerosi volontari hanno piantato gli alberelli mandati da Meadowview. è nata una vera subcultura, con la gente che si scambiava fotografie e notizie via e-mail invitandosi reciprocamente a partecipare al Pollination Day, il momento più importante e eccitante dell’anno.

Motivazioni del Premio Slow Food
Oggi la American Chestnut Foundation conta 5000 soci in tutti gli Stati (ad eccezione del North Dakota) e nove succursali statali all’interno dell’area originale del castagno, in cui i soci piantano gli alberi e riferiscono le informazioni alla sede centrale. La fondazione è finanziata quasi completamente dai soci ed è sempre a caccia di nuovi fondi per portare avanti le ricerche e le attività.

L’obiettivo si si fa ogni anno più vicino. Hebard è riuscito ad accorciare il tempo occorrente ai castagni per fiorire (da sei-dieci anni a due-quattro) e quindi i tempi necessari per verificarne la resistenza. Oggi Hebard sovrintende a 17 mila alberi su 70 acri nelle tre stazioni di ricerca di Meadowview. Naturalmente, non mancano gli intoppi. Nel 1997 più della metà delle castagne del miglior raccolto mai avuto sono congelate in un frigorifero troppo entusiasta. Ci sono inoltre grossi interrogativi di lungo termine: i nuovi alberi si adatteranno alle varie sfide ambientali che dovranno affrontare? Avranno davvero l’aspetto e cresceranno come i vecchi castagni americani? I numerosi ceppi del fungo asiatico che si sono insediati nelle foreste americane riusciranno a sopraffare il nuovo albero resistente, cancellando decenni di duro lavoro?

Per avere risposte definitive ci vorranno anni, ma le prime arriveranno prima di quanto chiunque potesse immaginare solo diciannove anni fa. Lo scorso anno Hebard ha cominciato a piantare l’ultima generazione incrociata e prevede di iniziare a raccogliere frutti adatti al rimboschimento nel 2005 o 2006. Dopo qualche anno tormentato di verifiche finali, la fondazione distribuirà i semi ai soci in fremente attesa e poi al pubblico.
Il sogno è indubbiamente vivo. Lo stesso Hebard ritiene di poter vedere cià che sembrava impensabile quando inseguiva una mucca in un bosco del Connecticut. "La mia speranza è vedere le pendici dei Monti Appalachi come coperte di neve il 4 Luglio", dice. "Le vedrà in vita mia? Sì, è possibile".


Corby Kummer